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  • Carlotta Pizzi

La mente connettiva. Restare individui dentro alla folla.

"The crowd can be both useful and terrible. It connects us to one another, saves one from the fear of touch, offers protection from the unknown. And yet at the same time it eliminates my own individuality"

László F. Földényi


La folla ci connette, la folla ci disperde in termini di individualità. La folla, in tempi di Covid 19, rappresenta la nostra principale paura, l'entità indistinta da evitare, ma di cui non possiamo fare a meno.

C'è una frase di Roberto Gervaso che mi colpisce nella sua precisione.

"Centomila persone insieme vogliono quello che, individualmente, non vorrebbero mai".


Non sono i singoli individui che compongono la folla a spaventarci, a renderci diffidenti, ma la deresponsabilizzazione che il far parte di una massa comporta.

Come se la mente collettiva, alveare, trascendesse quella dei singoli, le volontà individuali, e ci portasse a percepire la realtà in modo diffuso, frammentario, contagiandoci, ecco la parola più temuta, di un sentire comune che non è più il mio, ma nemmeno, curiosamente, quello degli altri.


Il tutto torna sempre ad essere più delle parti che lo compongono.

Per Pierre Teilhard de Chardin, la Noosfera è "una specie di “coscienza collettiva” degli esseri umani che scaturisce dall'interazione fra le menti umane".


Grazie alla Rete, il passaggio da mente collettiva a mente connettiva è molto rapido, diventa anzi il segno distintivo della contemporaneità. Le tecnologie mutano il nostro rapporto con lo spazio fisico, si può partecipare senza essere necessariamente presenti, ma restando comunque parte di un movimento, un punto di vista, una comunità.


All'interno di questi spostamenti di senso globali e sociali, dedicare tempo alla propria dimensione individuale, in affanno rispetto alla dimensione collettiva, rappresenta un bisogno emergente di cui anche la progettazione educativa e il mondo della formazione dovranno tenere conto per individuare strumenti e risposte flessibili ma concrete.


Scrive Luca De Biase "il rapporto con la storia e l’ambiente nel quale viviamo come soggetti individuali sono elementi fondamentali della nostra ricerca della felicità".

Ed ecco che la narrazione, le storie, il raccontarsi come mezzo di costruzione del sé sono ancora una volta, dalle origini della vita a oggi, il sentiero principale per garantire questo equilibrio esistenziale.




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